LUCI A SAN SIRO

 

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Uno spettacolo è andato in scena sabato sera a milano. Non è stato un concerto di Vecchioni, come il titolo potrebbe suggerire. Ma se si vuole trovare un’analogia con il mondo musicale, si può dire che gli spettatori hanno assistito ad un’esecuzione perfettamente eseguita da un’orchestra guidata da due persone.

La prima siede in panchina, osserva, da indicazioni come fosse un veterano del nostro calcio, eppure è solo alla prima stagione. Garcia è infatti l’allenatore del momento, il più chiacchierato, il più intervistato. Impone il suo spartito chiaramente, tanto chiaramente da sembrare facile, naturale. Invece il gioco della Roma è vario, fatto di possesso palla, fraseggi stretti ma allo stesso tempo in grado di sfruttare ogni ripartenza, ogni occasione per andare in rete. Ciò che maggiormente differenzia questa squadra da quella delle passate stagioni è un cinismo del tutto nuovo che consente di dominare, seppure subendo, una partita come quella contro l’Inter. Anche le sue intuizione di mercato si sono dimostrate ottime: ha voluto infatti fortemente Gervinho, già con lui al Lille, trasformatosi dopo il derby. L’ivoriano tiene infatti in apprensione la difesa nerazzurra con la sua velocità, consegna a Totti l’assist dell’1-0 e guadagna un rigore che, va detto, non era rigore. Non solo, al secondo tempo è l’unico a buttarsi su ogni pallone spazzato dalla difesa romanista, combattendo, facendo a sportellate, creandosi un’occasione galoppando da metà campo fino ad Handanovic. Poi c’è lui, l’altro. Quello che a guardarlo correre sembra un ragazzo di vent’anni che si impegna per conquistarsi una maglia da titolare. Lo stesso che costringe Garcia ad alzare le braccia, in segno di resa, come a dire “vabbe… questo è un fenomeno”. La rivoluzione francese parte così dal solito, usuale Totti che da 20 anni è il punto fermo, il fulcro, il simbolo, il sinonimo stesso della Roma. Un calciatore che a 37 anni ti fa una doppietta, così, arrivando a 230 reti in Serie A. Ma quello che più ha impressionato della sua partita non sono stati i gol, non la facilità di corsa, non la fame tipica di un ragazzino. No. E’ stato un tocco, un semplice tocco di esterno, di quelli che se ne vedono tanti in una partita. La delizia di quel momento è tutta da circoscrivere in quella particolare posizione del campo, in quello specifico momento appunto. L’Inter attacca, sotto di due reti, pressa. E’ tutta lì nella trequarti della Roma, la palla che carambola sui piedi di Totti. Lì, a quel punto, una persona normale spazza, stile Matteo Cannone di mezzogiorno Ferrari, quello che piazzi sul Gianicolo per intenderci. Invece no, lui la controlla col tacco, un palleggio con annessi piroetta e passettino indietro per scrollarsi di dosso Pereira, e quel tocco di esterno a liberare la corsa di Strootman ed il conseguente gol di Florenzi. A guardalo durante la partita hai quella percezione, quella sensazione che qualcosa di impensabile sia appena accaduta, ma la tua attenzione è tutta rivolta al contropiede. Riesci giusto a rispondere a quello che dietro di te grida “spazza!” con un esaltato “macchè! guarda che ha fatto!”. Poi esulti. Guardi il replay e lì ti rendi conto di cosa ha fatto. Un gesto che non noti subito, ma quando lo rivedi lo ritieni impensabile, pazzesco, o meglio folle. Ma la Roma è questa: organizzazione tattica razionale, quasi illuministica, arrivata da oltralpe, e follia romantica, arrivata non da tanto lontano, da Porta Metronia, incantando uno stadio che, guarda un po’, viene considerato la Scala del calcio. Quale miglior palcoscenico, dunque, per chi da 20 anni manda in estasi una squadra, una tifoseria e, che che se ne dica, una città intera? Giorgio Rea

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